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COMMONERS VOICES

Roma meticcia: Metropoliz e il Museo dell’Altro e dell’Altrove



Segnalo e condivido su Commonfare questa interessante esperienza dal basso. Il Metropoliz è una grande architettura industriale che fino a pochi anni fa ospitava il ciclo di produzione di affettati e insaccati di una nota marca italiana. Una fabbrica dismessa che si sviluppa su una vasta area nel quartiere di Tor Sapienza a Roma in cui coabitano circa duecento persone provenienti da diverse regioni del mondo: Perù, Santo Domingo, Marocco, Tunisia, Eritrea, Sudan, Ucraina, Polonia, Romania e Italia. La fabbrica è stata occupata nel marzo del 2009. Oggi al Metropoliz è nato anche il MAAM il Museo dell'Altro e dell'Altrove.
Di seguito un articolo che ne descrive la storia: 



Roma meticcia: Metropoliz e il Museo dell’Altro e dell’Altrove


Il Maam a Metropoliz è la prova di quanto un certo tipo di arte riesca a dialogare con la realtà e persino a trasformarla. Maria Panariello e Maurizio Franco ci portano allo scoperta di una "città meticcia ", tra l'occupazione di Metropoliz e il Museo dell'Altro e dell'Altrove.
Mentre il volto di Sana’a Seif, militante egiziana per i diritti civili, campeggia fiero nel murale di Ammar Abo Bakr, una comitiva di ragazze e ragazzi tra i sette e i dieci anni, sudamericani, rom e africani, sfreccia all’impazzata su biciclette e monopattini. Il lavoro di HOPNN, street artist di Ancona, che ritrae in bianco e in rosso il trionfo delle due ruote sull’automobile, sembra essere di esempio ai giovanissimi che vivono in questo spazio.

Il pianeta Maam e l’arte contemporanea

Siamo al Maam, il Museo dell’Altro e dell’Altrove, il terzo museo di arte contemporanea di Roma, ed è sabato, l’unico giorno della settimana in cui le porte sono aperte al pubblico. Propaggine e allo stesso tempo cuore del Metropoliz – l’occupazione abitativa dei Blocchi Precari Metropolitani in via Prenestina 913, nell’ex fabbrica di salami della Fiorucci –  il Maam è la prova di quanto un certo tipo di arte provi a dialogare con la realtà e riesca persino a trasformarla. In una zona in cui i servizi essenziali scarseggiano, gli autobus sono pochissimi e sono ancora molti i palazzi incompiuti e invenduti, si ha la sensazione di trovarsi su un altro pianeta – un pianeta che perfino l’antropologo Marc Augé è venuto a visitare lo scorso dicembre (qui l’audio dell’incontro).


Il murales di Ammar Abo Bakr dedicato a Sana’a Seif, militante egiziana per i diritti civili. Foto di Maurizio Franco.
Nel locale che ospita la cucina, terrestri ed extraterrestri ingaggiano una lotta a mani nude sulla parete di fondo. È l’opera di Lukamaleonte, artista romano, che come altre installazioni del museo rimanda al tema della conquista dello spazio e dell’abbandono del pianeta Terra. La commistione fra culture che esiste qui infatti ha ben poco di “terrestre”. Lo si vede anche ai fornelli, dove donne e uomini di origine peruviana cucinano zighinì eritrei, Rom preparano cous cous di carne e africani spadellano fagioli messicani. “Qui tutti abbiamo imparato a cucinare i piatti degli altri”, dichiara una mamma peruviana dietro il bancone della cucina, mentre versa gli abbondanti mestoli di cibo nei piatti. È al Metropoliz dal primo giorno di occupazione e dice che la sua vita, da allora, è cambiata: “le mie figlie adesso hanno un luogo dove possono giocare all’aperto, correre in bici, senza che io mi preoccupi di dove siano”. La figlia maggiore sorride, come a condividere le parole della madre. Quest’anno ha cominciato a frequentare l’Istituto Professionale Gerini. Ma l’arrivo dei suoi amici la distrae dalla conversazione e corre fuori a giocare.



Rifondare Roma come città meticcia

“Ho deciso di curare questo museo perché volevo cambiare idea di città”, spiega Giorgio De Finis, direttore artistico del Maam, già  antropologo e videomaker. “Essendo calato in uno spazio informale, non si tratta di un vero e proprio museo, ma di un’istituzione auto-nominata, che ha una precisa funzione”. La funzione è quella di “rifondare” Roma partendo dalla sua periferia, e darle nuova linfa con la costruzione di una “città meticcia”, da cui il nome “Metropoliz”.


Metropoliz, Piazza Perù – dove vivono (soprattutto) sudamericani. Murales “L’uomo della luna” di Carlos Atoche. Foto di Maurizio Franco.
Per suggellare la continuità esistente fra lo spazio occupato e quello museale, il primo progetto che De Finis ha proposto all’assemblea degli occupanti, nel lontano 2011, è stata la costruzione di un razzo per andare sulla Luna. Una specie di manifesto programmatico del suo lavoro. Dopo un anno di incontri con filosofi, geografi e artisti, gli abitanti dello spazio, chiamati “Metropoliziani”, hanno cominciato a lavorare a  quest’opera simbolica, con l’obiettivo di “abbandonare le barricate e di sfuggire una volta per tutte alle spinte centrifughe della città, che li pone ai margini della società civile negando loro  casa, lavoro, salute e diritti”. Da questo “cantiere artistico” è nato un film, Space Metropoliz, curato da De Finis e Fabrizio Boni, nel quale tutti gli abitanti dell’occupazione si sono confrontati con temi complessi, ma spiegati sempre attraverso l’arte.

Non tutte le opere del museo hanno un messaggio politico, ma il Maam si presenta come una grande opera unica, in cui ogni lavoro dialoga con gli altri, con lo spazio e con le persone. La vecchia fabbrica di salami, una “fabbrica di morte” di cui ancora si può vedere la guidovia che conduceva i maiali alla sala in cui venivano sgozzati, ha lasciato spazio all’inclusione, all’incontro, quindi alla vita.

Il Maam ha avuto una grande funzione rigeneratrice e rinnovatrice dello spazio. Grazie alle opere dei primi artisti giunti allo stabile della Prenestina, l’ex fabbrica Fiorucci è stata bonificata e rinnovata: una rigenerazione umana e urbana insieme. L’idea che è stata sviluppata è quella di una Taz, la “zona temporaneamente autonoma” teorizzata agli inizi del Novecento, dove non esiste alcuna piramide gerarchica e si dà un forte rilievo alle relazioni umane. Qui a decidere sono le singole soggettività che si confrontano in assemblea, con la propria cultura, le proprie radici, ma unite nella difesa di uno spazio comune, da cui hanno potuto rilanciare le proprie esistenze. Come dice De Finis, “Nel Maam, il punto più alto della città di Roma, l’arte contemporanea, si incontra con il punto più basso, lo slum degli emarginati”.  

Il Metropoliz dentro il Maam

“Cosa c’è oltre lo spazio?” domanda Ciprian, un bambino rom, fissando il telescopio di latta e lamiere – opera di Gian Maria Tosatti – che si trova sulla sommità della torre di Metropoliz. Sta guardando meravigliato la fiumana di gente che esce dagli androni del Maam e chiede, “ma qualcuno conosce questo posto?” “Quale posto, il museo?” “No, casa nostra.”


Case di Metropoliz. Murales “Behind a Door” di Alina Vergnano.  Foto di Maurizio Franco.
Ciprian è cresciuto nei labirinti del Metropoliz. La sua prima casa è stata il campo di Centocelle, rione nella periferia est di Roma. Quando i Blocchi Precari Metropolitani occuparono l’ex salumificio, 80 persone vivevano ancora nell’avvallamento di baracche e rifiuti del canalone nel parco del quartiere. “Abbiamo occupato nel 2009”, racconta Irene, attivista del movimento di lotta per la casa, “e dopo un paio d’anni è arrivata la comunità rom di Centocelle, che aveva bisogno di una sistemazione dignitosa. Preferivano una casa in muratura e l’autogestione”, continua Irene, “piuttosto che essere smistati nei villaggi della solidarietà”.

Un fatto inedito nella città di Roma: una piccola comunità rom che si mescola con le altre provenienti da tutto il mondo, già perno dell’occupazione. All’inizio, le 60 famiglie rom si sono stabilite nel capannone al civico 911 dell’attuale concessionaria Valentino Auto. Prima del loro arrivo, con l’aiuto di alcuni architetti, gli occupanti avevano ricavato moduli abitativi fatti su misura per rispondere alle esigenze di ogni nucleo. Mattoni e calce, spazi perimetrati e un’unica grande assemblea settimanale: “non eravamo ancora tutti insieme, però”, tiene a precisare Irene. “la comunità rom aveva anche una sua riunione e poi si rapportava con la plenaria”.





La vicinanza fra Rom e altre comunità

Nel 2012, lo sgombero del capannone ha avvicinato ulteriormente la comunità rom agli altri occupanti. Dal giorno alla notte, 80 persone hanno traslocato al civico 913. “Immaginatevi una riunione di condominio composta da centinaia di persone, le più disparate culture, le storie più stravaganti, e capirete il caos di quegli anni”, racconta Irene. Non mancava il gergo politico col suo lessico intraducibile, non mancava il chiacchiericcio babelico durante l’assemblea, le prese di posizione e le continue richieste da parte dei diversi gruppi. “Un percorso lento che ha dato però i suoi frutti. Tutti si sono messi in discussione per trovare un’unità, pur mantenendo le proprie differenze”. Così come non è stato facile assimilare e metabolizzare le regole dell’autogestione, “ad esempio, chiudere il cancello d’ingresso per difendere l’occupazione dalla polizia e dai gruppi dell’estrema destra fascista, e non imporre i propri comportamenti”.

L’occupazione di 20 mila metri quadrati è parte integrante del tessuto sociale del territorio. “Con eventi, feste e iniziative pubbliche ci siamo fatti conoscere”, spiega l’attivista, “dal Quarticciolo a Tor de’ Schiavi, passando per Centocelle, con associazioni e comitati di quartiere e le famiglie dei compagni di classe dei bambini di Metropoliz”. Senza contare le partite di calcio. “Da grande voglio essere un giocatore professionista”, racconta il piccolo Ciprian, mostrando il rettangolo di erba sintetica accanto alla rimessa, dove troneggia una scritta ritagliata nella rete: La città è di chi se la gioca. E tra una scivolata di troppo e qualche ginocchio sbucciato, la squadra dei “Birilli” ha esordito nel campionato di zona. “È un modo per far uscire i ragazzi, farli incontrare, cementare le loro relazioni, interagendo con altre persone”.

Ma un’occupazione non ha soltanto aspetti positivi, tanto che alcuni “metropoliziani” hanno fatto richiesta per entrare nelle liste delle case popolari. Infatti, con l’art.5 del Decreto Lupi, introdotto nel 2014, le persone in stato di necessità, costrette a vivere in immobili occupati, non possono votare, né iscrivere i figli a scuola, né accedere all’assistenza del servizio sanitario, e se stranieri, non possono ottenere la cittadinanza, tutti diritti basilari. Si è creato quindi un presidio di cura informale, che va dai medici che si trovano nei paraggi ad alcuni conoscenti, che aiutano spesso gli occupanti con i farmaci più costosi. Anche se questo non sempre avviene. Le istituzioni tacciono: coloro che non hanno la residenza sono praticamente invisibili, ma la situazione non migliora con i Rom, ad esempio, che sono cittadini comunitari. In teoria, questi hanno diritto all’assistenza sanitaria, se in possesso del tesserino Eni (che sta per Europeo non iscrivibile –  la tessera sanitaria per i cittadini della comunità europea che non possono essere iscritti al Servizio sanitario nazionale). Ma né le Asl né gli ospedali sono attrezzati per fornire cure adeguate a questo tipo di pazienti, che non riescono sempre a esprimersi al meglio.

Fare i compiti al Metropoliz

I bambini e ragazzi del Metropoliz frequentano le scuole del quartiere. Molti, tra pause e frenate brusche, sono anche arrivati alle superiori. Qui la mediazione di associazioni e volontari è fondamentale: si va dall’insegnamento di un metodo di studio a quello  di regole di convivenza e di disciplina, non solo ai bambini. Spesso, infatti, neanche le scuole riescono a far fronte ai bisogni di questi ragazzi. Molti hanno l’insegnante di sostegno, perché i docenti fanno fatica a stare dietro alle loro difficoltà di apprendimento, dovute anche a lacune linguistiche. Ma al Metropoliz si è pensato anche a questo. Al piano superiore della fabbrica si apre una grande sala dipinta a festa dalla street artist Alice Pasquini e dall’artista decorativa Veronica Montanino. Bambini con zainetti, pennarelli e righelli, seduti ai tavolini a fare i compiti.



L’aula per il doposcuola dei bambini, dipinta a festa dalla street artist Alice Pasquini e dall’artista decorativa Veronica Montanino. Foto di Maurizio Franco.
“Ogni lunedì e mercoledì siamo qui a fare il doposcuola con i ragazzi di Metropoliz, ma anche con quelli del quartiere”, racconta Guenda, volontaria dell’associazione Popika, che seguiva le famiglie rom ancora prima che il progetto germogliasse, fin dai tempi del canalone di Centocelle. “Le timidezze, le ritrosie, la scarsa alfabetizzazione e le abitudini rendono il nostro lavoro difficile, ma ce la facciamo”, dice. Con gli abbecedari impilati, le gomme consumate e le tabelline appese alla porta. Un bambino africano giocherella con una matita, impiastricciando il quaderno, mentre un ragazzino rom è alla ricerca di un righello. Qui, Guenda e gli altri volontari di Popika si occupano di un po’ di tutto, dai documenti dei bambini ai vaccini, dai compiti alla mensa a scuola. Nello stanzone illuminato dal sole, i bambini non fanno caso alle differenze. Collaborano, pendono dalle labbra di Guenda, la guardano con rispetto, mentre lei chiede un po’ severa “hai compiti per domani?”.

“Alcuni dei volontari sono pensionati e vengono da tutta Roma”, dice Guenda, “come Bruno, capelli brizzolati, che dalla Nomentana guida la sua Vespa gialla per arrivare fin qui. Io ho 29 anni e sono un’assistente sociale. Mi piacerebbe fare molto di più, ma il Comune non ci aiuta e la precarietà lavorativa confligge con questo progetto”, dice alzando gli occhi al cielo. Tanta fatica, ma anche soddisfazioni. Ianot, 15 anni, oggi frequenta l’Istituto Professionale Don Bosco. Carnagione scura, accento romeno impastato con il romanesco, seduto sui gradini del suo appartamento. “Ho continuato la scuola, Popika mi ha aiutato, ho buoni voti”, racconta timido, guardando di sottecchi Guenda che sorride. “Mi piace cucinare, ma alla fine credo che farò il barista”, dice ancora, toccandosi i capelli. Sulla veranda che sovrasta le gallerie del Maam, un barbiere improvvisato con un seggiolino rade la barba ai suoi vicini di casa, una signora stende la biancheria e un bambino infastidisce un gatto. “Vorrei andare all’estero, in Inghilterra. Il mio sogno è quello di andare ancora più al nord, come in Norvegia, ma lì non ho parenti e non posso appoggiarmi a nessuno”, dice il ragazzo dagli occhi vispi. “La sera usciamo tutti insieme – Rom, africani, sudamericani. Anche se viviamo ciascuno per conto proprio, qui siamo tutti una grande famiglia”.

 
Articolo di Maria Panariello e Maurizio Franco tratto da Open Migration

6 Comments

Card io

emme

November 13, 2018 at 11:14

bella esperienza!

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Rankis

November 13, 2018 at 11:37

mi pare interessante questo passaggio: "quanto un certo tipo di arte provi a dialogare con la realtà e riesca persino a trasformarla. In una zona in cui i servizi essenziali scarseggiano, gli autobus sono pochissimi e sono ancora molti i palazzi incompiuti e invenduti, si ha la sensazione di trovarsi su un altro pianeta" un patrimonio artistico che deve avere un giusto riconoscimento ;-)

Card io

emme

November 13, 2018 at 11:44

effettivamente è un passaggio eccellente!

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Anonymous

November 15, 2018 at 00:02

Grazie Rankis di questa segnalazione. Andrò al più presto a vedere questo spazio e fare qualche scatto 😊

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Q

November 16, 2018 at 10:14

Una storia e un'esperienza bellissima, che piacerebbe vedere "riprodotta" altrove. A questo fine, mi pare importante considerare anche gli ostacoli da superare. In questo senso, è triste dover rilevare come la precarizzazione influenzi negativamente anche la solidarietà: come sottolinea Guenda, "piacerebbe fare molto di più, ma il Comune non ci aiuta e la precarietà lavorativa confligge con questo progetto”

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Anonymous

November 19, 2018 at 13:28

qui altre informazioni e anche numerose foto http://galerie.biblhertz.it/it/